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Strade provinciali – Lecce

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94.989 abitanti. Posizionata nel mezzo della penisola salentina, quasi a volere essere equidistante dalla costa adriatica e da quella ionica per poter giovar del meglio che i due mari possano offrire. Terra del mare, del sole e luogo prestigioso per il culto della bellezza, che qui è irrobustito da un modus vivendi dolce, leggero e che asseconda amorevolmente lo scorrere incessante del tempo. Capitale italiana della cultura nel 2015 e candidata a Capitale europea della cultura per l’anno 2019, salvo poi essere battuta da Matera in un derby tutto in salsa meridionale. Una provincia che trasmette storia con le sue grandi opere architettoniche, con i suoi oliveti secolari e con uno stile immediatamente riconoscibile. Una terra vermiglia, arsa nella bella stagione dai dardi infuocati del sole, un luogo baciato da un clima che la rende, odiernamente, uno dei poli turistici più frequentati dagli italiani di ogni età, che possono trovarci divertimento notturno, spensieratezza e, contemporaneamente, acque cristalline unite a panorami in grado di rapire lo sguardo all’istante. Lecce e il Salento sono tutto questo e molto altro.

Il Salento è, infatti, terra abitata sin dai tempi più remoti: già nell’VIII secolo a.C. in quella che venne immediatamente battezzata secondo le fonti magnogreche “terra tra due mari”, ovvero Messapia, ci si poteva imbattere in una popolazione di origine illirico-anatolica militarmente così temibile, da impensierire la colonia spartana di Taras, l’odierna Taranto, per tutto il V secolo a.C. e trucidarne l’esercito nel 473 a.C., come ricorda il celebre logografo Erodoto di Alicarnasso nelle pagine delle sue Storie:

“Fu questa la più grande strage di Greci e Reggini che noi conosciamo, che dei Reggini morirono 3000 soldati e dei Tarantini non si poté nemmeno contare il numero.

Di questo enigmatico popolo sono sopravvissuti i resti delle imponenti mura difensive, qualche tomba, iscrizioni parziali e corredi funerari. La mitologia, invece, è molto meno avara di notizie sul loro conto. Lecce sarebbe infatti, stando alla tradizione, una città dalle origini mitologiche invidiabili. Si narra che il primo nucleo della città, Sybaris, esistesse già prima della guerra di Troia. Avrebbe poi mutato nome in Lupiae, ove Malennio, discendente del re di Creta Minosse, avrebbe regnato sui messapi e fondato altri nuclei urbani nei dintorni. Dal punto di vista dei fatti storicamente accertati Lecce non è assolutamente da meno: con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la città conobbe varie dominazioni al potere e fu coinvolta nella guerra tra goti e bizantini. Fu poi saccheggiata da Totila, il re ostrogoto soprannominato “l’immortale”, nel 542 e nel 549 d.C. e passò in seguito sotto il dominio dell’Impero Romano d’Oriente per cinque secoli, durante i quali la città conobbe un lento declino. Lecce, però, rinacque sotto la dominazione normanna, ospitando le corti delle più eminenti personalità politiche e per volere dei quali divenne capoluogo del Salento.

Veduta notturna di Porta Napoli, complesso architettonico voluto dall’imperatore Carlo V nel 1548. ©️ cortedelsalento.net

La storia della città è composta dunque da cadute e risalite, da rimpasti e geniali invenzioni. La norma in un paese come il nostro, dove duemila anni di Storia valgono come un milione di anni a qualsiasi altra latitudine. Lecce, ovviamente, non può fare eccezione e ciò è intuibile passeggiando per le vie del centro città. Dal millenario teatro romano, alla chiesetta di San Marco, testimonianza indelebile della presenza di una nutrita colonia di mercanti veneti giunti in città per praticare attività commerciali. Da Porta Napoli, eretta nel 1548 per volere di Carlo V e costruita sopra le spoglie di San Giusto, alla Cattedrale di Maria Santissima Assunta, il cui primo nucleo risale addirittura all’epoca della Contea di Lecce (1144). Basta davvero una breve camminata per comprendere che da queste parti si è fatta una storia a strati: dai greci ai romani, passando per i bizantini, le già ricordate razzie di re Totila, i normanni e qualche altra dominazione straniera, come quella del conte di Lecce Gualtieri di Brienne (1311-1356), nobile francese e committente, secondo una certa storiografia, della Torre di Belloluogo. La bellezza del territorio e il suo essere avamposto più orientale d’Italia hanno reso il Salento un viatico obbligato per commerciare con tutti i paesi del bacino mediterraneo. In un panorama storico di questo tipo ecco che, forse, ad emergere su tutto è proprio il tratto distintivo della cultura del luogo: un ricercato ed evocativo culto del bello in grado di esplodere fragorosamente in età moderna. Esiste, infatti, il barocco leccese. Uno stile unico diffuso grazie agli architetti seicenteschi Giuseppe Zimbalo e Giuseppe Cino, i quali presero il meglio della stagione barocca e lo mescolarono al modo di intendere l’arte in Salento, particolarmente sensibile agli influssi orientali. La pietra leccese è un calcare tenero, compatto, dai toni caldi e facile da lavorare con lo scalpello. Per questo tutta la città è stata abbellita da opere nuove che, abbandonando il neoclassicismo, avevano lo scopo di sorprendere e stimolare la fantasia e l’immaginazione. Il nuovo stile all’inizio interessò gli edifici nobili e sacri, emblemi in tal senso la Chiesa del Gesù (1575) e la Basilica di Santa Croce (1646). In seguito, le esuberanze barocche, i motivi floreali, le figure, gli animali mitologici, i fregi e gli stemmi trionfano anche nell’architettura privata. Facciate, balconi e portali dei più svariati edifici trasformano così il volto di Lecce in un intricato labirinto di architettura mitologica e raffinata.

Particolare della facciata della Basilica di Santa Croce (1646). ©️ oasivacanze.it

Lecce è anche la casa del pasticciotto, deliziosa pasta frolla farcita di crema pasticcera e cotta in forno, delle nespole, delle saporite orecchiette e, ovviamente, dell’Unione Sportiva Lecce 1908, compagine appena ritornata nella massima serie del nostro calcio.

Emmerich Tarabocchia (1946-2022) sembrava uscito da un video musicale di rock progressive anni ’70. Per descriverlo sommariamente basti dire che era uno spirito dalla decisa e cristallina impronta anticonformista. Quell’anno, del resto, era il 1975 e le chart musicali di tutta l’ecumene erano dominate dai grandi rocker dell’epoca: dagli Eagles con la loro One of these Nights, ai Wings dell’ex bassista dei Beatles Paul McCartney, che pubblicarono proprio nel corso di quell’inverno il brano Listen to What the Man Said. Emmerich non avrebbe certo sfigurato come chitarrista in una di queste band: portava, infatti, i capelli lunghi come molti giovani dell’epoca, aveva un naso aquilino e carismatico ed anche un paio di folti baffi a manubrio in grado di suscitare, allora, l’invidia di molti uomini. Tarabocchia, però, aveva deciso nella vita di fare il portiere e fu tra i pali che nel corso della stagione 1974-75 riscrisse il libro dei record in maglia giallorossa. Riuscì infatti a mantenere la porta inviolata per 20 partite consecutive, per un totale di 1791 minuti di imbattibilità. Un record storico, che lo consacrò a icona del calcio di provincia e non solo. A dire il vero, l’incredibile striscia venne aiutata anche dal giudice sportivo: un Barletta-Lecce, incontro terminato con il risultato di 2-2, venne derubricato a 2 a 0 a tavolino in favore dei salentini per via di alcuni imprecisati disordini sugli spalti nel corso della partita. L’impresa, però, resta. Il calcio a Lecce ha certamente conosciuto imprese titaniche anche in serie A e folle oceaniche allo Stadio Via del Mare. È il bello, però, a contare maggiormente da queste parti. Quando vivi nell’abbraccio di due mari, così diversi e così vicini, la vita assume un profumo leggero e tutto si guarda da una prospettiva connotata da grande filosofia. La storia di Tarabocchia e del Lecce dalla difesa insuperabile è semplicemente una bella vicenda e poco importa che quell’anno il Lecce militasse in serie C.

Foto di rito nella quale spicca il portamento fiero e l’aspetto distinto dell’estremo difensore Emmerich Tarabocchia, detentore del record di imbattibilità in maglia giallorossa e scomparso nel maggio del 2022. ©️ fanpage.it

La storia del calcio a Lecce ricorda per certi versi la nascita del barocco leccese, che ha messo del proprio nell’universalità e ha così ottenuto la capacità di raccontare di sé in modo unico. Il calcio da queste parti è questione di passione e, anche se non erano i colori ufficiali all’atto di fondazione della società, il giallo e il rosso rappresentano il legame indissolubile con il sole e con la terra. A prescindere dalla categoria, che qui abbiamo visto non essere poi così rilevante, è lo spettacolo offerto a rendere indimenticabili le squadre che hanno portato alto il nome della città nei vari campionati nazionali: da quella storica di Emmerich, fino alla sfortunata avventura in serie A sotto la guida di Fabio Liverani, tecnico in grado, nel corso della martoriata stagione 2019-2020, di proporre bel gioco ma non di raggiungere la permanenza nel massimo campionato per la stagione calcistica successiva. Va ricordato poi il Lecce formato 1988-89 con in panchina il mitico Carletto Mazzone che riuscì a chiudere nono in classifica, nonostante la squadra segnasse meno di un gol a partita. Una compagine, dunque, arcigna e trascinata in campo dal carisma di un imberbe Antonio Conte, dal capitano argentino Juan Alberto Barbas e da Pedro Pablo Pasculli, fresco campione del mondo nell’86 al fianco di Diego Armando Maradona. Menzione d’onore anche per il Lecce targato Zdeněk Zeman, che centrò, quasi vent’anni dopo, una salvezza straordinaria nel corso della stagione 2004-05. I giallorossi salentini, infatti, risultarono al termine del campionato la difesa più battuta della serie A. Il boemo con il suo irrinunciabile 4-3-3 portò un calcio spumeggiante e una pioggia di gol al Via del Mare. Corsa e geometrie erano elementi che dovevano concorrere ad un unico obiettivo: divertire il pubblico sugli spalti. Undicesimo posto finale e 67 reti siglate, solo una marcatura in meno della Juventus vincitrice del titolo, frutto delle prodezze di Mirko Vučinić, che vestirà bianconero dal 2011 al 2014, delle discese del terzino Marco Cassetti, primo calciatore leccese di sempre ad arrivare a indossare la casacca azzurra, e dell’invenzione di una batteria di attaccanti assai temibile: Saša Bjelanović, Valeri Božinov e un non ancora ventenne Graziano Pellè.

Il celeberrimo Zeman si aggira nei pressi della sua area tecnica nel corso di una delle prime battute del campionato 2004-05, al termine del quale il Lecce riuscirà a salvarsi, pur avendo la peggior retroguardia dell’intera serie A. © LaPresse

Se c’è una partita su tutte che può narrare di come a Lecce più del risultato conti la bellezza del momento, questa è sicuramente Roma-Lecce del 1986. Il 20 aprile era una radiosa giornata di primavera e nel sole accecante dell’Olimpico, bordato a festa, il Lecce di mister Eugenio Fascetti sembrava essere la più classica delle vittime sacrificali. Era la penultima di campionato e ai lupacchiotti serviva una vittoria per aggiudicarsi il titolo; il Lecce era, invece, matematicamente già condannato alla cadetteria. Come da copione, dopo soli sette minuti dal fischio d’inizio, i giallorossi di Roma passano in vantaggio: Graziani di testa batte perentoriamente l’estremo difensore salentino Ciucci. La compagine romana, una volta raggiunto il vantaggio, comincia a passeggiare per il rettangolo verde di gioco frenata dalla paura di infortuni, diffide e altri mille cervellotici calcoli. È a quel punto che il Lecce, ferito nell’orgoglio, si butta a capofitto nella partita. Un’avanzata sulla fascia sinistra di Miceli si conclude con un ben calibrato traversone a mezz’altezza in area. Alberto Di Chiara, ex dal dente avvelenato, incorna e pareggia. L’Olimpico ammutolisce e la Roma è come inebetita dal fluido palleggio degli avversari. Un lancio in profondità libera la corsa dell’attaccante dell’albiceleste Pedro Pasculli che, entrato nell’area di rigore, viene atterrato dal portiere romanista Tancredi in uscita disperata. È calcio di rigore. Rigore che l’altro argentino della squadra leccese Barbas, appena escluso dalla lista dei 22 partenti alla volta del mondiale in Messico, realizza senza esitazione alcuna. Dopo soli otto minuti della ripresa è ancora Barbas a finalizzare un bel lancio dell’inarrestabile Di Chiara. La Roma vede, dunque, infrangersi i sogni tricolore. Quando Pruzzo segna di petto l’inutile rete del 2 a 3 a nove minuti dal triplice fischio, tutti si accorgono che, ormai, la situazione è compromessa, semplicemente irrecuperabile. Per il centravanti coi baffi è la duecentesima rete in carriera, ma non ha nessuna voglia di festeggiare con tifosi e compagni. Il Lecce, dunque, retrocesse ma lo fece a modo proprio: quel barocco leccese fatto di bellezza stilistica, di ricercatezza, dove il culto del bello conta alle volte più del risultato. A Lecce lo sanno bene: la storia è fatta di corsi e di ricorsi, ma lo stupore e la gioia per qualcosa di inatteso restano per sempre.

La materializzazione della sciagura sportiva all’Olimpico: la Roma cade nel match casalingo con il Lecce e vede svanire irrimediabilmente i sogni di gloria tricolore. ©️ almanaccogiallorosso.it

 

Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive. Da ottobre 2022 ha virato verso lo storytelling sportivo con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i martedì dalle 15:00 alle 16:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast.

1 Comment

  1. Immergersi nella storia e in che storia, quella che può appartenere ad una terra culla del mondo qual è l’Italia e qual è stata la Magna Grecia, chiacchierando di calcio, di storia del calcio, è semplicemente meraviglioso, appagante, rilassante e acculturante. BELLISSIMO!

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