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Strade provinciali – Saudade pistoiese

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«La vecchia città dorme nell’attesa che sorga il sole giusto. A proposito, il sole che circola da queste parti, alla levata e al tramonto, è arancione!» – Marcello Melani

90.205 abitanti. 67 metri sul livello del mare. Una città immersa in un panorama onirico: il dolce degradare delle colline che delimitano la piana Firenze-Prato-Pistoia. Un’indole europea, che si concretizza in un’incondizionata apertura al commercio e ai saperi provenienti dall’estero. Una spasmodica e imperante ricerca di contaminazione e di ampliamento degli orizzonti sia mercantili che umanistici. Un polo effervescente. Un retaggio antico che può fare affidamento sull’affascinante quanto precario equilibrio tra la difesa dei propri particolarismi e il desiderio di essere un crocicchio per tutte le strade e i sentieri dell’ecumene. Pistoia è questo e molto altro.

Pistoia è il rapporto odi et amo con quella che un tempo fu la sua divinità protettrice: il Brana. Un impetuoso torrente abilmente domato dai locali e fatto scorrere in prossimità delle mura antiche della città a scopo difensivo. Come tutte le divinità, però, anche il Brana ha saputo mostrare il proprio volto vendicativo e ribellarsi ciclicamente all’ὕβϱις degli indigeni. Ogni autunno, infatti, scendendo ingrossato ed indomito dalla montagna, ha creato e continua a creare piene che spesso mettono in apprensione la popolazione della piana intera. E chissà durante quei mesi piovosi colmi d’ansia e preoccupazione, quante saranno state le preghiere rivolte dai pistoiesi al santo patrono Jacopo il Maggiore nella Cattedrale di San Zeno, magnifico edificio a metà tra il romanico e il gotico risalente al 1000 d.C. e in grado di offre un meraviglioso punto di osservazione su una delle piazze più pittoresche del nostro Stivale. Dominata dal campanile, edificato a partire da un’antica torre longobarda alta 67 metri, la piazza vede affacciarsi, oltre alla già ricordata Cattedrale, il Palazzo del Comune, risalente al XIII secolo e, in posizione defilata, il Battistero di San Giovanni, prezioso edificio gotico costruito alla metà del XIV secolo sui resti di una più antica chiesa.

Cartolina da Pistoia. ©️ VisitPistoia

La sera dell’8 luglio 1982, Pistoia fu come rapita e catapultata per due ore circa in uno stato di trance apparente. La scaturigine di questo incantamento collettivo era lo Stadio Comunale, sede quel giorno di una delle prime edizioni di Pistoia Blues. Alle ore 21:00 esatte, infatti, Frank Zappa fece la sua comparsa sul palcoscenico al centro del rettangolo verde e, prima di dare sfogo ai suoi virtuosismi da polistrumentista consumato, pronunciò un’ironica battuta destinata a rimanere negli annali:

“Chi non capisce un tubo della musica che faccio può tranquillamente guardarsi la partita… così non ha buttato i soldi del biglietto”.

Quella sera si giocava, infatti, la semifinale dei mondiali in salsa iberica Germania Ovest – Francia e nei pressi del palco era stato installato un maxischermo per permettere agli spettatori di vedere un incontro che si sarebbe poi tramutato in una pagina di Storia del calcio, a tal punto da essere inserito dalla FIFA fra i “Classic Football Matches” per l’agonismo, i colpi di scena e la qualità tecnica. Difficilmente una partita di calcio ha mai avuto e, probabilmente, avrà colonna sonora migliore.

A me gli occhi. Frank Zappa si esibisce alla Stadio Comunale di Pistoia nel corso della rassegna musicale Pistoia Blues. Era il luglio 1982. ©️ VisitPistoia

Pistoia è città autorevole anche ai fornelli. La classica ricetta della trippa alla fiorentina vede da queste parti l’aggiunta di fagioli con l’occhio. La farinata, invece, conosce il felice connubio con il cavolo nero, la varietà più coltivata nelle campagne della zona. Pistoia è, però, soprattutto la città del carcerato, un secondo piatto oggi “nobile” ma un tempo riservato ai manigoldi e agli ostaggi reclusi nella gattabuia di Santa Caterina in Brana, una zona circondata dai macelli cittadini. La tradizione vuole che i galeotti chiesero e ottennero che gli scarti del vitello, parti molli conosciute anche come rigaglie, potessero esser destinate a loro, per farne una zuppa. Nacque così questo piatto alquanto singolare, a base ovviamente di interiora, pane raffermo, formaggio grattugiato e pepe.

Pistoia è soprattutto un coro di voci che ogni maledetta domenica si sgola per l’Unione Sportiva Pistoiese 1921 o, più semplicemente, la Pistoiese.

Quella del milite ignoto è una retorica che ha spesso colpito nel segno. Usata a tutte le latitudini per istillare il patriottismo, permette di ricordare come il sacrificio di pochi abbia reso possibile la sopravvivenza di tanti nella convinzione, intima e profonda, che non siano i nomi a creare gli eroi. Al milite ignoto si può porre omaggio per una sola ora oppure tutti i giorni, ma egli rappresenterà ogni paese, città, via e famiglia. Il milite ignoto che si trova a Pistoia, però, non è italiano ma bensì un brasiliano. In pochi ricordano, e anche i libri tendono a dimenticarselo, che nel settembre 1944 il Brasile decise di entrare nel grande scacchiere bellico della Seconda guerra mondiale, inviando nel nostro Paese oltre 25000 uomini che affiancarono gli Alleati e le forze partigiane nel tentativo di liberare l’Italia dal giogo dell’occupazione nazifascista. 25.834 uomini e donne lasciarono mogli, mariti, figli, fratelli e sorelle per andare dall’altra parte del mondo ad aiutare un popolo considerato affine nel disperato tentativo di sconfiggere il più cieco dispotismo. La Força Expedicionária Brasileira operò soprattutto sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove nella primavera del 1945 ancora si battagliava porta dopo porta per ridare all’Italia uno spiraglio di luce in una situazione estremamente cupa. Quando la guerra finì, vennero tumulati dalle parti di Pistoia 462 tra soldati e ufficiali brasiliani che avevano combattuto per il nostro Paese. Sono molti i cimiteri militari costruiti nell’immediatezza della fine del conflitto, perché dopo l’orrore era tanta la voglia di ringraziare chi aveva dato tutto. Nel 1960, però, il governo verdeoro decise di riportare in patria i propri eroi e di farli riposare nel Monumento nazionale ai caduti della Seconda guerra mondiale a Rio de Janeiro, nel centralissimo quartiere di Glória. Sette anni più tardi, un architetto della scuola di Brasilia progettò un monumento votivo da installare a Pistoia, proprio dove prima sorgeva il cimitero. Quando i lavori volgevano ormai al termine, venne rinvenuto, però, un ultimo soldato rimasto indietro mentre i commilitoni ritornavano al paese natìo. Nonostante gli sforzi, fu impossibile identificarlo e l’eroe rimase nella città italiana come milite ignoto ad eterna rappresentanza di un sacrificio fatto in nome di un’idea forte di libertà. Pistoia è, dunque, provincia quasi solo d’ufficio. La sua vocazione internazionale e la sua apertura culturale e commerciale la rendono una piccola gemma cosmopolita.

Una delegazione dell’esercito verdeoro rende omaggio al milite ignoto brasiliano di Pistoia presso il Memoriale a lui dedicato. ©️ VisitPistoia

Non è un caso, dunque, che già dalla sua primissima fondazione, avvenuta il 21 aprile 1921, la Pistoiese potesse annoverare qualche importante firma straniera. Tra i padri fondatori della squadra toscana, infatti, si possono leggere anche i nomi di due calciatori ungheresi: Árpád Hajós e János Nehadoma. Questi erano esponenti di un calcio magiaro che all’epoca faceva scintille in giro per l’Europa. A rendere ancora più marcata la vocazione internazionale ci pensò la scelta delle divise da gioco. Uno dei consiglieri, infatti, propose l’arancione in onore della casacca della nazionale olandese. Oltre a sembrare un buon compromesso con i colori cittadini, il bianco e il rosso, il legame con i Paesi Bassi era anche un’affinità elettiva per via dell’industria vivaistica, che dal 1859 è la principale attività economica della città e di sicuro uno dei simboli più apprezzati del paese nordico.

La storia della squadra, però, può vantare molti meno successi rispetto a quelli dell’industria locale. Tanti gli anni spesi nelle serie minori, anzi, più di tanti: tantissimi. O, meglio ancora, tutti. Con, però, un’unica e indimenticabile eccezione: la serie A 1980-81. Nel Primo e nel Secondo dopoguerra, l’olandesina si destreggiava senza troppe velleità nei campionati di più basso lignaggio. Non solo serie B, ma anche campionati di C e D. Leghe avare di gioie ma, in ogni caso, inebrianti per il gran numero di derby sempre presenti in calendario. Come Pistoiese-Lucchese del 1946, considerata decisiva per la promozione in serie B e conclusasi con un’invasione di campo da parte dei tifosi di casa per un eccesso di foga. Da queste parti è dolcissimo il ricordo del roboante 6-0 inflitto all’Empoli nel 1959, che coronò una serie D da urlo vinta con miglior attacco e miglior difesa. Eroi di quei tempi lontani nomi che da queste parti vogliono ancora dire molto per attaccamento e amore cittadino: Sergio Brio, Lido Vieri, Leonardo Costagliola e Stefano Di Chiara per citarne solo alcuni. La città di Pistoia ha il conto aperto più sanguinoso, però, con i fiorentini e, si sa, la vendetta è un piatto che va servito freddo. È per raccontare di quel derby è necessario fare prima, però, un bel passo indietro.

Pistoia divenne un comune libero nel 1105, rivendicando qualche anno più tardi anche il suo primato burocratico: è, infatti, quello di Pistoia del 1117 il più antico insieme di leggi, regolamenti e consuetudini scritto in epoca medievale e pervenuto fino a noi. A Pistoia, che era un centro ghibellino, si sosteneva il Sacro Romano Impero e si facevano volentieri affari con l’Europa settentrionale, forti di un posizionamento strategico e geografico di tutto rispetto che ne faceva un crocevia per tutto il Paese. L’Italia comunale, però, era un continuo tumulto, dove i signori e le famiglie nobili si battagliavano pezzi di terra, influenza e ricchezze di ogni genere. L’autonomia e la ricchezza del commercio pistoiese faceva gola a tanti, su tutti ai fiorentini e ai lucchesi che dopo undici lunghissimi mesi di assedio riuscirono nel 1306 a prendere la città, mettendo così fine al periodo più florido di tutta la sua storia. La storia è come un manufatto: cambia in continuazione e oggi si potrebbe ritenere a buon diritto che delle battaglie medievali sia rimasto ben poco nelle coscienze collettive… falso! In Italia, terra per antonomasia di province e di comuni, anche dopo il Risorgimento e l’Unità, anche dopo le guerre combattute come una sola nazione, restano sempre vivi i particolarismi regionali e i campanilismi. Piccole rivalità trasportate in cucina e nello sport per rimarcare il senso di appartenenza unico.

Classe 1960, il povero Luís Sílvio collezionò in A la pochezza di sei presenze e zero marcature. Alla fine della stagione passerà all’Internacional, dove rimarrà fino al 1983. Nel 1987, decide di appendere gli scarpini al chiodo. ©️ Wikipedia

Il 1° giugno del 1980, pareggiando contro il Lecce, gli olandesini ottengono la loro prima vera promozione in serie A, non volendo contare il campionato prebellico denominato Prima Divisone. L’attesa è, ovviamente, alle stelle. Il presidente Marcello Melani, soprannominato “Faraone”, ha investito molto e portato in maglia orange giocatori di alto profilo: su tutti il viareggino Marcello Lippi e Mario Frustalupi, mezzala già due volte campione d’Italia con le maglie di Inter e Lazio. Ad alimentare i sogni e le fantasie dei tifosi ci pensa la decisone della Lega di porre fine all’autarchia pallonara e di aprire le porte agli stranieri, uno per squadra. È subito, quindi, caccia al craque. L’allenatore in seconda, Giuseppe Malavasi, spedito da “Faraone” Melani alla ricerca del giocatore in grado di scaldare gli animi del pubblico pistoiese, torna con un nome altisonante: Luís Sílvio Danuello, per gli amici Luís Sílvio. Il curriculum sembra buono e sull’onda dell’entusiasmo il presidente lo acquista per 170 milioni dal Ponte Preta. Un acquisto a scatola chiusa. Il povero Luís Sílvio passò alla storia come uno dei più grandi “bidoni” della Storia del nostro calcio e tutto, pare, per colpa di una vocale. Quando gli chiesero se fosse una punta, lui capì “ponta”, che in portoghese significa “ala”, e rispose con un deciso cenno di assenso. Peccato che alla squadra servisse un centravanti e il povero Luís incappò in più di qualche figura barbina, prima di finire definitivamente fuori dai radar della nostra massima serie. Il suo nome, però, è talmente leggendario tra gli amanti del pallone anni ’80 da essere ancora oggi circondato da numerose leggende metropolitane, che lo vorrebbero proprietario di un chiringuito sul lungomare, produttore di pellicole a luci rosse o, addirittura, barista in incognito nei pressi del Comunale di Pistoia. La verità è, però, un’altra: nel gennaio 2007, in un’intervista alla Gazzetta dello Sport, chiarì di aver investito i guadagni sportivi nella Maripeças, rivendita di ricambi per mezzi industriali. La sua avventura tricolore ha inoltre ispirato il personaggio di Aristoteles nel film “L’allenatore nel pallone” (1984).

Così titolò la “rosea” il giorno dopo l’impresa pistoiese a Firenze. I toni trionfalistici lasceranno presto spazio alla delusione per il crollo verticale della squadra nel corso di tutto il girone di ritorno. ©️Pistoiasport.it

In quella amarissima serie A, conclusasi con un mesto sedicesimo posto che significò inequivocabilmente retrocessione, il solo raggio di sole fu la vendetta sportiva contro la “Viola” consumata il 18 gennaio 1981 allo stadio Comunale del capoluogo toscano. Quasi ottocento anni dopo l’infame assedio, i pistoiesi espugnarono Firenze per 2 a 1, con rete decisiva di Roberto Badiani, che nella vita non faceva nemmeno l’attaccante. Per i posteri una bella storia da raccontare, con il ricordo degli olandesini di Pistoia che portarono non certo in “ponta”, anzi, punta di piedi un mazzo di fiori alle porte di Firenze.

Samuele Virtuani
Nato a Milano il 4 maggio 2001, è un grande appassionato di Storia, soprattutto contemporanea, nonché accanito calciofilo fin dai tempi delle scuole medie. Da novembre 2020 è speaker presso Radio Statale, per la quale ha ideato e condotto per due stagioni "BigBang Effect", un programma per menti in cerca di idee esplosive. Da ottobre 2022 ha virato verso lo storytelling sportivo con "Glory Frame", show radiofonico in onda tutti i martedì dalle 15:00 alle 16:00 sulle frequenze di Radio Statale e in podcast.

3 Comments

  1. Bella introduzione a Pistoia, alla sua storia umana e calcistica. Aristoteles era davvero un campione ….!!!!

  2. Fantastico l’accenno alla massima di F.Zappa che sicuramente avrà offerto uno spettacolo del livello della semifinale di cui sopra.

  3. I agree with your point of view, your article has given me a lot of help and benefited me a lot. Thanks. Hope you continue to write such excellent articles.

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