Ciclismo

Noi e Marco Pantani

0

Io e Marco (di Matteo Festa)

Marco Pantani è stato per me un compagno di viaggio. Ha attraversato con i suoi scatti e le sue imprese gli anni della mia adolescenza e ha immortalato nella memoria tanti ricordi incancellabili di me legati a lui.

Scoprii il ciclismo l’estate del 1992 con la fuga solitaria del Diablo Chiappucci al Sestriere. Da lì in poi cominciai a seguire il ciclismo e sopratutto la Carrera, squadra che adoravo per il suo completino con i pantaloncini simil jeans e anche perchè aveva base a Calcinato in provincia di Brescia, non lontano da casa mia.

Sabato 5 giugno 1994 stavo per finire la quinta elementare e rimasi letteralmente folgorato.

Quel giovane, proprio della Carrera, venuto dal mare aveva staccato la maglia rosa e l’invincibile Indurain sul Mortitolo. Non pago si era fatto raggiungere dallo stesso spagnolo per poi staccarlo di nuovo sul Valico di Santa Cristina. Da quel giorno in poi ad ogni tappa in cui la strada guardava in su e ad ogni arrivo in salita non aspettavo altro che sentire il grande Adriano De Zan declamare “Scatto di Pantani…. scatto di Pantani”. Mi ero pazzamente e follemente innamorato e non so dirvi il perché. In vacanza al mare cercai subito la biglia da spiaggia con la sua foto in lungo e in largo. Per gli amici del mare diventai proprio Pantani. E nonostante in quel periodo i grandi giri fossero costruiti con tantissimi chilometri a cronometro, sapevo io, come moltissimi altri appassionati come me, che Marco avrebbe provato a sovvertire il pronostico, avrebbe provato a fare qualcosa di spettacolare, avrebbe lasciato gli altri per un volo solitario, superando avversari in fuga prima di lui come fossero statue.

[getty src=”1235116″ width=”594″ height=”446″ tld=”com”]

Le estati delle scuole medie dopo la colonia chiuso in casa per vedere Marco sui mitici colli francesi. La gioia nel vederlo esultare di rabbia nel 1997 sull’Alpe d’Huez dopo le sfortune avute. Arriva poi la fine della prima liceo e nei pomeriggi di maggio è difficile concentrarsi per studiare, c’è il Giro. Pantani vince a Piancavallo ma viene doppiato da Zuelle a cronometro. Sulla Marmolada riecco le famose parole di De Zan. Che bello vedere i minuti di distacco che aumentano sulla grafica della TV. E l’arrivo con la Maglia Rosa. La Prima Maglia Rosa. Ma gli avversari non mollano e c’è ancora una crono alla fine. Anche Montecampione è in provincia di Brescia e non è lontano ma preferisco guardare dalla tv. Il russo non molla e non si stacca, forse siamo più frustrati e delusi noi che guardiamo rispetto a lui in strada. Uno scatto ed un altro ancora e finalmente “un uomo solo al comando”. Conservai la prima della gazzetta con la foto di Marco stremato ma esultante per molto tempo. Vissi poi la crono in ansia e tensione come solo in alcune partite della Nazionale e dell’Inter. Ma il Pirata ce la fece. Vinse finalmente il Giro! Poi i mondiali di calcio e subito dopo il Tour. Era il pomeriggio del 27 luglio. Ricordo le tapparelle abbassate per il caldo a casa del nonno e la pioggia gelida del Galibier quando Marco partì a più di 50 km dall’arrivo.

Quell’omino vestito di azzurro e giallo fluttuava sui pedali sempre più forte e con sempre più vantaggio. La maglia gialla infreddolita, impaurita, rigida e stremata. E ricordo che fossero le 6 di sera quando vidi il Pirata a braccia alzate dopo una delle più grandi imprese del ciclismo moderno. Estasi, gioia tale da camminare sulle nuvole.

Che portai con me in vacanza a Pinarella di Cervia, proprio attaccato a Cesenatico dove si sarebbe tenuta la giornata in onore della Doppietta Giro-Tour. Non potevo mancare a respirare quelle sensazioni e non poteva mancare la famosa bandana che riuscii ad acquistare. Dopo quella sbornia c’era l’attesa per la riconferma. E il Giro ’99 passava proprio da casa a Lumezzane. Arrivo sopra le scuole elementari ed io appostato a poche centinaia di metri sull’ultima curva. Lui già in rosa e Jalabert passano come fossero sullo scooter. Non vince Pantani ma ormai il Giro sembra in tasca. Lo shock arriva alla radio, appena uscito da scuola in auto. Pantani escluso dal giro per ematocrito alto. Incredulità e negazione da parte mia. Non anche Marco, non può essere dopato. Lo hanno fregato sicuramente penso e forse dopo più di 20 anni non avevo tutti i torti. Pantani non corre più fino al Giro del nuovo millennio.

Non è più quello dei due anni precedenti, ma ha un guizzo a Briancon per aiutare il suo compagno di squadra Stefano Garzelli a conservare la maglia rosa per la vittoria finale a Milano. Ora non vedo l’ora di vederlo contro il nuovo re Lance Armstrong e la sua US Postal sulle strade francesi. C’è il grande gigante calvo della Provenza cantato da Petrarca e io non posso perderlo, anche se sono al parco acquatico con il Grest cerco una tv. Pantani si stacca ma poi rientra e arriva con l’americano che lo fa vincere. La domenica dopo però so che sarà speciale, non esco e resto attaccato alla tv;  infatti Pantani stacca Armstrong a Courchevel per la sua ultima vittoria.

[getty src=”108553801″ width=”381″ height=”594″ tld=”com”]

Da lì in poi il declino di Pantani è lento e inesorabile fino a quella sera di San Valentino di vent’anni fa. L’ultim’ora alla tv del bar dell’oratorio. Il silenzio, l’incredulità, la tristezza e il senso di un qualcosa di vuoto. Marco se n’era andato ed era finito un tempo anche per me. Ora che ho più di 40 anni posso dire che è stato un tempo bellissimo, e Marco Pantani lo ha attraversato in pieno come una bellissima cometa, lasciando una scia che resterà nei cuori di tutti quelli che come me hanno avuto la fortuna di viverlo.

Cosa è stato Pantani per chi Pantani non l’ha vissuto (di Giuseppe Sassano)

San Valentino è un giorno stupido. Se due si amano la loro festa è sempre, un giorno speciale non gli serve a nulla. Serve invece a far sentire strano te, che sei solo e magari ci stai pure bene, ma stasera meno.

Esci dal lavoro e piove e vuoi tornare a casa, ma devi passare per le vie del centro schivando fasci di rose rosse, orsacchiotti giganti e coppie strette sotto un ombrello che vagano a caso per le vetrine. E tu l’ombrello non ce l’hai, tu adesso prendi il raffreddore e perdi l’autobus, e vorresti che non fosse San valentino, che fosse un giorno normale di quelli che sai portare in fondo col pilota automatico dell’abitudine.

Poi il suono di un nuovo messaggio, prendi il telefono al volo, e rallenti. Ti fermi. Cominci a piangere. Perché davvero smette di essere San Valentino, e un giorno normale non lo sarà mai più: oggi è il 14 febbraio 2004, il giorno che è morto Marco Pantani. A Rimini, in un residence dove le famiglie passano le vacanze estive. Ma è inverno e lui è solo, è morto. In un posto sperduto e lontano da tutti, come fanno gli animali più fieri quando sentono che è il loro momento. Ma non doveva essere il suo momento, aveva trentaquattro anni, era un campione: era Marco Pantani.

(Fabio Genovesi-Cadrò sognando di volare)

Ho deciso di iniziare questo mio omaggio a Marco Pantani con le frasi di un libro di Fabio Genovesi in cui parla di una storia personale legata a quella di Marco Pantani. L’anno era quello magico. Il 1998. Io nel 1998 avevo 2 anni ed il ciclismo l’ho iniziato a seguire quando purtroppo Marco Pantani era diventato l’assenza più ingombrante nel mondo dello sport italiano. Ho conosciuto Pantani solo tramite i racconti degli altri. Le persone che lo hanno vissuto ed i tanti prodotti culturali che sono stati ispirati dalle sue gesta.

Negli ultimi 30 anni nessun altro ciclista è riuscito ad entrare nell’immaginario collettivo come lui. Quando un bambino va in bicicletta, la prima cosa che gli si dice spesso è “ma che fai Pantani?” Ormai è nella nostra memoria collettiva come nazione.

È parte della nostra cultura

Libri, film, documentari, canzoni a lui dedicate e tutti struggenti. Perché struggente è la storia di Pantani. Atleta fortissimo ma anche sfortunatissimo. Sempre capace di rialzarsi. Poi il dramma di Campiglio.
Io che non ho mai vissuto le gesta di Pantani a volte mi chiedo cosa sarebbe stato Pantani senza quel maledetto giorno a Campiglio.

Forse avrebbe vinto quel Giro e tanti altri ancora. Forse avremmo vissuto tanti duelli sulle strade di Francia contro Lance Armstrong (oltre il Ventoux e Courchevel). Poi chi lo sa.
Lo avremmo visto in un’ammiraglia a fare da ds. Forse a fare il commentatore in Rai.

[getty src=”1915349″ width=”594″ height=”399″ tld=”com”]

Forse la grandezza di Pantani sta nel quello che ancora poteva essere e che non è stato.

ll primo incrocio della mia vita con la figura dello scalatore romagnolo è avvenuta in un centro commerciale della costa jonica lucana. Poteva essere il 2008. Ero in vacanza con la famiglia e se una famiglia come la mia poteva permettersi di andare in vacanza voleva dire che la crisi ancora non aveva tagliato le gambe alla fantomatica classe media.

Quel giorno pioveva e decidemmo di andare al centro commerciale lì vicino. Ero in cerca di un libro e mi recai nell’edicola di dentro e qui il manifesto gigantesco che annunciava l’uscita di un cofanetto di dvd dedicato ai 10 anni dalla storica doppietta Giro-Tour di Marco Pantani. Di ciclismo ne capivo poco, era forse qualche mese che ero caduto in tentazione con questo sport demoniaco, però avevo già sentito questo nome riecheggiare e quindi ormai la piccola testa aveva deciso. Dovevo avere quei dvd. Dovevo conoscere la storia di Pantani.

Così è stato. Ho imparato quei dvd a memoria. Li ho consumati. Perchè la stregoneria di Pantani era questa. Come negli anni 90 riuscì a rapire popoli lontanissimi da quello del ciclismo, ora riesce ancora a rapire noi che purtroppo Pantani non lo abbiamo mai vissuto.

Da lì ho iniziato ad andare in bicicletta, per essere come lui. Quando uscivamo con gli amici in bicicletta e la strada saliva, che importa se per un metro o per un chilometro chiudevo gli occhi e facevo finta di essere Pantani. Sentivo la voce di De Zan nella mia testa fino a quando la fatica non prendeva il sopravvento. Anche ora che ho ripreso a pedalare provo a fare Pantani nella mia testa. Ma come lui non sono. In salita ci provo anche a scattare con le mani basse ma è veramente impossibile.

La sua figura di eroe fragile, ci commuove perchè lo sentiamo uno di noi. Ma quando saliva in bicicletta uno di noi non lo era. Quel suo buttare la bandana e partire con le mani basse sul manubrio che lo hanno reso nell’immaginario collettivo un pirata all’assalto.

Per colpa di quei dvd quando vedo una persona scattare in una gara di ciclismo parte un motivetto che è presente ad ogni scatto di Pantani nei documentari. L’inseguirsi di violini e violoncelli simula il movimento della bicicletta di Pantani che viene sbattuta a destra e sinistra. E sono sicuro che non sono il solo ad associarla alle gesta di Pantani.

Nell’ottobre del 2021 uscì il documentario “Il migliore” (altro lavoro bellissimo). Ricordo nitidamente una scena nel cinema dove lo vidi. Eravamo molti ragazzi della mia età o giù di lì. Si sente un suo preparatore snocciolare numeri su di lui. Ne ripete uno e si sente una sorta di esclamazione per coprire le bestemmie dalla sorpresa di tutta la sala.
“Pantani poteva spingere 7,8 w/kg”.

Nel ciclismo moderno siamo tutti attaccati ai numeri, alle prestazioni su grafici. Ci gasiamo a leggere quanti watt spinge questo o quello. Ma in quel momento a sentire quel numero siamo tutti rabbrividiti.
Nessuno su questa terra potrebbe spingere i wattaggi che faceva Pantani.

Nessuno dei ciclisti contemporanei probabilmente si troverebbe a cantare “Io vagabondo” nelle balere romagnole o lascerebbe trasparire la sua sensibilità come lui faceva. Soprattutto nel mondo di squali che è il ciclismo professionistico.
Purtroppo Pantani lo sapeva bene. Lo ha conosciuto in prima persona quando non era più un vincente ma un ciclista in cerca di se stesso circondato da demoni.
E invece tutti a dargli contro. Con un tragico finale.

Un funerale gremito ma Pantani è morto da solo.

Questa è la cosa che per me fa più male di questa triste novella di Pantani. È quello che per me, che quegli anni non li ho vissuti, che non ha spiegazione. Da quando Pantani se ne è andato tutti si affannano a trovare un nuovo erede, qualunque italiano che vada forte in salita almeno una volta si è trovato ad essere paragonato a questo nome così grande.

[getty src=”988949496″ width=”594″ height=”385″ tld=”com”]

Il punto è che l’aurea che ormai si è andata a creare sul personaggio di Marco Pantani sarà qualcosa di mai più ripetibile. Penso che di nessun altro ciclista sapremmo ripetere tutte le sue vittorie a memoria come riusciamo con le vittorie di Pantani.

E la sua unicità è stata lì. Nel rendere enorme ogni vittoria. E tristemente memorabile ogni caduta. Anche l’ultima.

Immagine in evidenza: gentile concessione di Roberto Bettini ©Bettiniphoto

La Redazione
Account redazionale Twitter: @vitasportivait Instagram: @vita.sportiva

Comments

Comments are closed.

Login/Sign up